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Straniero qui come dappertutto

Oggi ho seguito un evento, Tipografie della Cura, proposto da Jonas Italia il centro fondato da Massimo Recalcati. L'appuntamento si inserisce in un ciclo di incontri aperti alla città con l'obiettivo di leggere le periferie contemporanee con le lenti cliniche della psicoanalisi. Parole importanti che stanno a significare la volontà di portare il pensiero dell'analista fuori dallo studio ambulatoriale per raggiungere i territori, leggendone fatiche e fragilità dal punto di vista sociale, mettendo a disposizione la propria pratica a costi bassi o gratuitamente per chi non si sognerebbe mai di seguire un percorso terapeutico. Da questo incontro ne ho ricavato una riflessione profonda sull'esperienza del racconto di sé, oggetto privilegiato del mio lavoro. Ringrazio in particolare uno dei relatori dell'incontro, Aldo Raul Becce, il quale mi ha offerto gli spunti da cui cominciare a parlare.


Siamo tutte e tutti dei migranti

Oggi, in particolare, si è parlato di migranti. Migrante non è solo chi attraversa un oceano per raggiungere l'Italia, scappando da conflitti e povertà; si è migranti tutte le volte che si vive una perdita, una scissione, una separazione. Quando non hai le parole per spiegare chi sei e cosa succcede attorno a te. Quando lasci un territorio, fisico o simbolico, in cui parlavi la tua lingua, indossavi il tuo costume e adesso ti ritrovi a camminare per la strada come un fantasma perchè la città in cui sei non ti dice nulla; non c'è il ricordo del tuo primo bacio, della prima scazzottata da adolescente, della luce che entrava dalla tua finestra al mattino; non ci sono i significati che legano la tua storia a quel luogo.

E tu cammini tra le vie in silenzio.



Migrare vuol dire morire nella propria cultura

Le persone migranti sono figlie di un lutto. Quando arrivi devi fare spazio alla nuova lingua, far entrare il nuovo non è solo faticoso ma anche doloroso. Il migrante non ha nulla da fare se non inserirsi nel nuovo paese. Ma per farlo deve morire nel suo passato e vivere il presente. Il buco è enorme: tristezza, malinconia e nostalgia sono le emozioni che arrivano. Guardare dentro quel buco può essere intrigante, ma allo stesso tempo scoraggiante poiché manca il fiume semantico che lega insieme infanzia, adolescenza e adultità. Migrare vuol dire riappropriarsi di un desiderio, di un modo di essere. Con nuove parole, spesso assenti. Quelle stesse parole necessarie a raccontare la propria sofferenza.

Il ritmo del migrante

Per inserirsi nei nuovi territori serve tempo ma in città, soprattutto a Milano il tempo è denaro; spesso chi migra il denaro non ce l'ha, ha solo il tempo, il suo e basta, perchè quello degli altri ha più valore. Le persone le vedi correre verso la propria meta, velocemente, non si accorgono e non vedono il migrante, se non per evitarlo perchè fa paura. Ma per fare spazio al nuovo serve l’altro, c'è bisogno di un incontro. Qualcuno o qualcuna che non pretenda di sapere in anticipo, che sia davvero interessato a scoprire chi sei. Nuove relazioni in grado di significare la vita in cui abitare - fa sorridere quando il relatore durante l'incontro racconta la sua esperienza di migrante e dice che solo i matti psichiatrici hanno concesso lui quel "tempo" in un ritmo disordinato e scomposto, perchè anche i matti non hanno nulla da fare - disponibili ad accoglierti, interessati ad entrare nel tuo spazio.


Barbari contemporanei

C'è un libro potente di Luoisa Yousfi dedicato ai figli e figlie degeneri dell'impero, quelli di seconda generazione, abitanti delle periferie delle grandi città europee, soggettività che non vogliono più essere ridotte al silenzio. Giovani cresciuti tra più mondi che trasformano la rabbia in linguaggio, in ritmo, in espressione. In questo senso, come nel caso della musica rap raccontata nel libro, servono parole dalla libertà grammaticale e simbolica – in grado di aprire uno spazio di respiro che racconta queste nuove vite e ne diventa voce.

La figura del “barbaro”, allora, non è una descrizione neutra, ma una costruzione. È il nome dato a chi non si lascia addomesticare, a chi non accetta di entrare nei confini stretti di ciò che viene definito “integrato” o “civilizzato”. È chi rifiuta di dover giustificare continuamente la propria umanità. Un invito a restare barbari.


Sono una pedagogista migrante

Nel mio lavoro non si tratta solo di aiutare le persone a raccontare la propria storia, ma di riconoscere che queste narrazioni parlano da un luogo preciso. Per praticare l'ascolto dell'altro, in maniera autentica devo innanzitutto scoprire il luogo da cui proviene. Ogni voce nasce da una posizione sociale e da una storia concreta. E questo cambia tutto: cambia l'interesse, cambiano le storie considerate legittime. Per essere pedagogista bisogna essere un po migrante, creare l’incontro con l’altro, stare nella fatica di lasciare il proprio territorio e muoversi verso la persona che stai affiancando. Migrare verso nuovi confini, quelli che danno senso e significato a ciò che abbiamo dentro. Più conosco di me, più riuscirò a capire il fuori da me.


Restare barbari

Da una prospettiva pedagogica, questo è un punto cruciale: educare non può significare normalizzare o assimilare, ma creare spazi in cui le differenze non vengano ridotte a stereotipo o minaccia. Chi oggi viene chiamato “barbaro” non sta cercando di tornare a un passato idealizzato, ma di resistere a un processo che lo vuole trasformare in qualcosa di accettabile secondo standard dominanti. E questa resistenza, anche quando è scomoda o disturbante, è una forma di sapere. Per chi come me lavora nella consulenza pedagogica – e in particolare con e per le donne – questo significa interrogarsi continuamente: quali voci stiamo ascoltando? quali stiamo silenziando? e quali storie continuiamo, anche senza volerlo, a riprodurre?

Educare non è addomesticare l’alterità, ma imparare a stare in relazione con essa senza annullarla. Rimaniamo barbari.



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