Restare in sella
- Pedagogista Barbara
- 18 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 24 apr
C’è un momento, nella foto, che non smetto di guardare.
Si tratta di una delle immagini vincitrici del world press photo.
Della foto ciò che mi colpisce non è lo sparo. Non è la corsa.
È quello che viene dopo.
Il cavallo è ancora in tensione, la polvere da sparo non si è
del tutto dissolta, e Noura cerca di riprendere il controllo.
Non di vincere. Non di apparire perfetta.
Solo di restare. Rimane in sella anche se tutt'attorno è caos.
E in quel gesto c’è qualcosa che riguarda profondamente
tutte noi. Non è solo una scena spettacolare. È un gesto di
attraversamento. Di tante dinamiche sperimentate nella
propria storia di donna.

Credits: Chantal Pinzi Pands Pictures
Il rischio come spazio di apprendimento
Nella tbourida, il momento dopo lo sparo è pericoloso.
È quello in cui si perde il controllo, in cui il corpo deve
rinegoziare equilibrio, paura, presenza.
Questa immagine ci parla di un tipo di apprendimento
che raramente viene riconosciuto nei percorsi educativi
delle donne ma in generale delle persone umane, ovvero
imparare a stare nel rischio senza scomparire.
Per molte di noi, ancor di più per chi attraversa forme
di oppressione, il processo educativo è orientato alla
cautela, riduzione, adattamento.
Non cadere. Non esporsi. Non disturbare.
Quando perdiamo il controllo
Ci insegnano presto a controllare. Sin da piccole direi.
Le emozioni, il corpo, la voce, lo spazio che occupiamo.
Ci insegnano a non sbagliare, a non cadere, a non rischiare.
Ma nessuno ci insegna davvero cosa fare dopo lo sparo.
Dopo quel momento in cui qualcosa si rompe, si muove e
ci espone. Quella zona fragile, instabile, viva, in cui spesso
la soluzione è sparire.
Quel luogo di resistenza personale e politico in cui ri ridefinisce
l'azione. Ma Noura è lì. E non scappa.
Entrare in uno spazio che non era previsto per te
Le farīsāt non sono sempre esistite. Sono entrate in una tradizione che
le escludeva. Questo è un passaggio fondamentale per loro e per noi.
Non si tratta di una concessione ricevuta, ma di presenza conquistata.
Le donne marocchine hanno lottato per entrare in quella tradizione,
da quando nel 2004 è cambiata la riforma sulla famiglia.
Le cavallerizze da allora, non stanno più solo partecipando ad un rito,
ma stanno modificando il luogo da cui quella tradizione parla.
E questo è un atto pedagogico potente.
Educare non significa solo trasmettere nuovi saperi, ma ridefinire chi
può essere soggetto del sapere e dell’azione, partecipando attivamente.
Entrare in uno spazio che non era pensato per te non è mai semplice.
Non lo è nei contesti culturali, non lo è nel lavoro, non lo è nel quotidiano.
E spesso non è neanche visibile dall’esterno.
Si vede il gesto finale. Non si vede tutto quello che lo sostiene.
Ma rimanere in sella affina un nuovo sapere, ci legittima nei luoghi
presidiati da consuetudini ormai cristallizzate.
Ci insegna che un'altra possibilità nella nostra vita ancora esiste.
