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Notte prima degli esami

Non solo una canzone

“Notte prima degli esami” di Antonello Venditti parla della notte prima dell’esame di maturità, ma in realtà racconta molto di più: la fine dell’adolescenza, la paura del futuro, i desideri, gli amori e quella sensazione sospesa tra libertà e incertezza.

Uno dei temi più forti è proprio il rito di passaggio: la maturità non è solo un esame scolastico, ma il momento in cui si capisce che l’infanzia sta finendo.

Nel varco che questo momento scolastico apre, ci sono decisioni che, da genitori, sembrano piccole solo a chi le guarda da fuori. Poi invece ti attraversano completamente, segnano veri e propri riti di passaggio e cambiamenti necessari per crescere: loro come giovani adulti e tu, ancora una volta, come genitore.


La necessità di scrivere

Ho cominciato a prenderla larga, con il post di inizio aprile in cui parlavo della sindrome del nido vuoto. Il blog allora aveva un titolo evocativo: "quando i figli partono", ed era il mio modo per avvicinarmi al distacco, alla scelta, alla separazione, utilizzando uno strumento che amo, la scrittura.

Un modo per curare la mia identità di madre senza farla a pezzi. Oggi mi trovo a

riscrivere sullo stesso tema, perchè si avvicina il momento della maturità di mia

figlia, che per lei significa attraversare il confine verso l'adultità, per me rappresenta l'accettazione di una scelta che ho dovuto comprendere a fondo.



Scegliere il proprio futuro

Quando mia figlia mi ha detto che voleva iscriversi a un’accademia di danza invece di scegliere matematica, dentro di me si sono accese molte cose contemporaneamente: dubbio, protezione, amore, aspettative. E anche quella voce sociale che conosciamo bene: "Ma avrà un futuro?""Troverà lavoro?", "Non sarebbe meglio qualcosa di più solido che tutti e tutte stimano?".

Eppure sono Pedagogista, un ruolo a difesa dell'autonomia delle proprie scelte di vita e di formazione, ma quando si tratta di tua figlia, valgono le stesse fatiche che provano molti genitori, a prescindere dal ruolo professionale.

Perché sono (siamo?) cresciuta in un mondo che ci insegna che alcune strade valgono più di altre. Alcuni percorsi vengono considerati “seri”, “intelligenti”, “prestigiosi”. Altri invece vengono trattati come passioni decorative, hobby, deviazioni romantiche dalla vita reale. La domanda vera che emerge, è un’altra.

Che cosa succede a una persona quando passa anni a studiare qualcosa che serve piuttosto che qualcosa che ama?


Il peso delle scelte “giuste”

Molti genitori cercano di proteggere i figli attraverso la stabilità. È comprensibile. Viviamo in società che premiano il riconoscimento sociale, la produttività, il rendimento. Dove il valore di una persona spesso viene misurato dalla spendibilità del suo percorso. La matematica, nell’immaginario collettivo, rappresenta sicurezza, razionalità, prestigio. La danza, invece, viene facilmente associata alla precarietà, all’incertezza, alla fatica di trovare un palcoscenico sul quale esibirsi. Ma questa gerarchia non è neutrale. È culturale.

Ci insegnano molto presto che il successo debba avere una forma precisa.

E tutto ciò che esce da quel modello viene guardato con sospetto.


Guardare i figli come persone, non come progetti

La parte più difficile dell’essere genitori forse è questa: capire che i figli non sono estensioni delle nostre paure né strumenti per riscattare le nostre rinunce.

Sono persone. Persone con desideri propri, con un linguaggio interno che spesso non coincide con ciò che il mondo considera prestigioso.

Vedere mia figlia partecipare alle audizioni di danza per trovare una scuola che la prepari al mondo professionale con gli occhi pieni di vita, con la delusione del fallimento nei "no" ricevuti, con la tenacia di chi ancora una volta mi sta insegnando a diventare un genitore migliore. Tutto questo periodo mi ha invitato a interrogarmi davvero. Che cosa voglio per lei? Una vita approvata dagli altri?

O una vita sulle punte di una coreografia che lei possa sentire come sua?

Non è una domanda semplice. Perché amare un figlio, una figlia, significa anche avere paura. La paura rischia di trasformarsi in controllo mascherato da prudenza.


Il coraggio di scegliere ciò che ci chiama

Scegliere ciò che si ama non garantisce una vita facile. Ma nemmeno scegliere ciò che è socialmente riconosciuto garantisce felicità.

Ci sono persone che passano anni dentro professioni rispettate sentendosi svuotate. E altre che, pur nella fatica, trovano nella propria vocazione una forma profonda di esistenza.

La danza, per mia figlia, non è “solo danza”. È linguaggio. È corpo. È libertà. È presenza. È identità. E forse il nostro compito non è insegnare ai figli ad adattarsi perfettamente al mondo, ma accompagnarli mentre cercano il luogo in cui la loro anima respira meglio.


Imparare a lasciare andare l’idea della figlia perfetta

Accettare la sua scelta ha significato fare i conti con l'immagine della figlia perfetta. Quell'immagine impeccabile garantita dai suoi risultati nella vita di ogni giorno. Accettare la sua scelta non ha significato smettere di preoccuparmi. Amare mia figlia significa anche tollerare l’incertezza. Fidarsi del fatto che una persona motivata, viva, appassionata, potrà costruire il proprio cammino con molta più forza di chi vive una vita scelta per compiacere gli altri.

Forse dovremmo chiederci più spesso:

Che tipo di adulti vogliamo crescere? Persone socialmente impeccabili o

persone profondamente vive? Per me la risposta adesso è chiara.


Le nuove domande

Mia figlia ha scelto un'accademia di danza all'estero. Perchè l’Italia ha una grande tradizione culturale, ma il sistema danza è relativamente piccolo rispetto agli altri paesi come Francia, Germania, Olanda. Mi chiedo come deve essersi sentita nello scegliere dove andare, che strada prendere, che futuro iniziare a costruire lontano da noi, con tutte le pressioni che ha sentito attorno a sé.

Mentre ci penso, sento insieme due verità: una gioia profonda per la sua libertà e per il coraggio di costruirsi nel mondo e una malinconia sottile, fatta di assenze nuove, di suoni e rumori che non ci saranno più ogni giorno. Pensare all'imminente distacco mi commuove, i miei occhi si bagnano di lacrime.


Fare un passo indietro

Forse crescerli significa anche questo: imparare a fare un passo indietro senza sparire. Restare presenti, ma non centrali. Disponibili, ma non invadenti. Essere un punto a cui tornare, non un luogo da cui non partire.

Sto entrando in quella fase in cui sarò la madre che aspetta una chiamata, un racconto, un sorriso condiviso a distanza. E capisco che anche questo è amore: lasciare andare senza lasciare davvero.

Riscrivo questa frase dal blog di marzo, perchè sia sempre lì pronta a ricordarmi che scrivere è la cura per i miei sentimenti, di madre, di donna.


Se sei una madre o un genitore della "notte prima degli esami" e vuoi affrontare i cambiamenti vissuti con tuo figlio o figlia, oppure rievocare alcune delle scelte fatte nel passato mi puoi contattare a:

Pedagogista Barbara Barbato

Consulenza online o in presenza presso Spazio Fluens, Via Muratori 46/4 Milano

Cell. 335 7627604

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