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Metafore del viaggio: partire per ritrovarsi

Aggiornamento: 25 mar

Mi è sempre piaciuto viaggiare. Lo faccio da quando ero ragazzina; le prime volte partivo da sola, con lo zaino in spalla. Ricordo quei viaggi come appartenenti a un tempo in cui il mondo sembrava più accessibile, più attraversabile.


Poi ho iniziato a viaggiare per lavoro. Era diverso: meno leggerezza, più responsabilità. Eppure, proprio quelle esperienze hanno trasformato il mio modo di stare nei luoghi. Hanno reso concreto un desiderio che avevo da sempre: scoprire, incontrare, comprendere.


Fare spazio

Oggi, mentre scrivo, mi accorgo che il viaggio per me non è mai stato solo movimento. È stato anche un modo per cercare e fare spazio. Mi chiedo spesso perché abbia sentito così presto il bisogno di allontanarmi dalle abitudini familiari, dalle routine conosciute. Ripensando alla mia fase post-adolescenziale, riconosco un periodo complesso: non tanto nel rapporto con mia madre, quanto nella difficoltà di dialogo con mio padre, una persona molto razionale, con cui ho trovato poco spazio per sentirmi davvero libera e autodeterminata.


Forse è da lì che nasce qualcosa.

Dal bisogno di legittimare i miei desideri. Dal bisogno di costruire autonomia.

E il viaggio, in questo senso, è diventato uno strumento.

Oggi direi che sono in una continua ricerca esistenziale. In qualche modo, sono sempre in viaggio. E non lo considero un limite.

Certo, ci sono stati momenti in cui fermarmi, restare, significava confrontarmi con il radicamento: con la quotidianità, con le responsabilità, con ciò che non si può evitare. E non sempre è stato semplice.

Per molti anni, il viaggio è stato anche questo: lasciare andare, creare spazio dentro di me, alleggerire il peso del presente. Nella vita quotidiana, soprattutto dentro ritmi intensi e carichi di responsabilità, questo spazio non è sempre accessibile.


La famiglia: un luogo sufficientemente buono

Nel tempo, il viaggio ha assunto anche un altro significato: quello della famiglia.

La famiglia che ho costruito con mio marito e le mie tre figlie è diventata un luogo sufficientemente sicuro da cui partire e a cui tornare. Un punto di equilibrio, non un vincolo. E proprio nei viaggi ritrovo questo equilibrio.

Rimetto in ordine le emozioni, attraverso i momenti difficili, recupero ciò che per me è essenziale. Non solo per il mio benessere individuale, ma anche per il mio modo di stare in relazione.


Perché, alla fine, il viaggio mi ha insegnato soprattutto questo: di cosa ho davvero bisogno, e cosa posso lasciare andare. Non solo a livello materiale, ma anche emotivo. Nei viaggi mi accorgo di quanto poco sia il necessario per stare bene. Di quanto la semplicità possa essere valore.


E forse anche tu lo hai sentito almeno una volta: quella sensazione di leggerezza che arriva quando ti sposti, quando esci dai tuoi contesti abituali, quando qualcosa dentro di te si riallinea. Per me il viaggio è questo: un’esperienza che si costruisce giorno dopo giorno, aperta all’imprevisto, alla lentezza, al fuori programma. È lì che succedono le cose più importanti.


Ichigo Ichie: una sola volta nella vita

In Giappone ho incontrato un’espressione che porto con me da anni: Ichigo ichie. Significa “un incontro, una sola volta nella vita”. È un invito a stare pienamente in ciò che accade, sapendo che non si ripeterà allo stesso modo.

Questo principio ha cambiato profondamente il mio modo di vivere, soprattutto dopo la perdita di mia madre. Mi ha insegnato a dare valore alla presenza, agli incontri, ai momenti.



Il viaggio come metafora delle nostre relazioni

Perché c’è un altro aspetto che ho compreso nel tempo: il viaggio è anche una metafora molto precisa del mio modo di stare con gli altri.

Sono una persona socievole, ho bisogno della relazione. Ma le relazioni, per me, devono essere reciproche. Devono nutrire, non svuotare.

Quando questo scambio manca, quando l’equilibrio si rompe, sento il bisogno di allontanarmi. Non come fuga, ma come forma di rispetto verso me stessa.

Il viaggio mi rappresenta anche in questo: incontri intensi, autentici, ma non forzati nel tempo. Spazi in cui posso scegliere quanto restare, quanto approfondire, quanto lasciare andare. È un modo di prendermi cura delle relazioni, affinché possano restare vive.


E forse, se ci pensi, anche tu hai i tuoi “viaggi”. Non necessariamente geografici. Momenti in cui ti allontani per ritrovarti. Spazi in cui torni a te stessa. Scelte che ti permettono di ridefinire chi sei, fuori dalle aspettative. Il viaggio, alla fine, non è solo partire. È imparare a stare. E a scegliere, ogni volta, come attraversare ciò che incontri.

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