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Scrivere per esistere: voci di donne tra guerra e identità

Aggiornamento: 17 mar

Ci sono libri che non si leggono soltanto.

Si attraversano.


Ritorno a Gaza, raccolta di scritti di donne palestinesi, è uno di questi. Nelle loro parole, la scrittura non è solo testimonianza: è resistenza, è sopravvivenza, ma anche ricerca profonda di sé. Quando la realtà è segnata dalla violenza, dalla perdita, dalla distanza forzata dalla propria terra, scrivere diventa uno dei pochi spazi possibili per esistere pienamente. Per dare forma alle fratture interiori. Per non scomparire.


Molte delle autrici vivono lontano dalla Palestina. Osservano ciò che accade da altrove, ma quella distanza non protegge: attraversa il corpo, il pensiero, le relazioni. E qui emerge qualcosa che ci riguarda tutte. Perché la Palestina, nelle loro parole, non è solo un luogo geografico. Diventa una lente attraverso cui guardare il mondo: le ingiustizie, i rapporti di potere, ma anche il modo in cui costruiamo la nostra identità.


Lo sguardo femminile sulla guerra è diverso da quello a cui siamo abituate. Non è distaccato. Non è astratto. È intimo.

Parla di corpi, di memoria, di relazioni spezzate. Parla del bisogno di cura, di un abbraccio che spesso non arriva, ma che continua a essere cercato.


Una delle voci racconta la Palestina come una presenza costante, una fiamma che cambia forma: a volte dolore, a volte forza, a volte rifugio. E forse possiamo fermarci qui un momento. Quante di noi portano dentro una “terra” che le abita, anche quando sono lontane? Quante di noi sentono che la propria storia personale è intrecciata a qualcosa di più grande, familiare, culturale, politico?


Questa esperienza ci parla anche di identità complesse.

Di cosa significa abitare più mondi contemporaneamente. Di sentirsi, a volte, “tra” le cose: tra culture, lingue, appartenenze. E di quanto questo possa essere faticoso, ma anche profondamente trasformativo.


Le parole di queste donne mostrano quanto sia difficile prendere parola quando il proprio corpo è già carico di significati imposti: essere donna, palestinese, musulmana, migrante. Quando parli, non parti mai da zero. C’è sempre uno sguardo che precede, che interpreta, che giudica.


E allora nasce una domanda fondamentale: come posso raccontarmi davvero, dentro tutto questo?


È qui che la scrittura diventa pratica di consapevolezza.

Un modo per riappropriarsi della propria voce. Per nominarsi oltre gli stereotipi. Per costruire un senso che non sia imposto, ma scelto. E, in questo processo, accade qualcosa di molto potente. Conoscere la propria storia, anche quella più dolorosa, diventa un modo per comprendere il mondo. E, allo stesso tempo, per comprendere sé stesse. Non è un percorso lineare.Non è privo di fatica. Ma è un percorso che apre.

Che permette di stare nelle domande, di non chiuderle troppo in fretta. Di lasciare che crescano, come radici, come rami, come fiumi in movimento.


Forse è anche questo il senso più profondo del lavoro che facciamo nei percorsi di accompagnamento.

Creare uno spazio in cui la propria storia possa essere detta. In cui le fratture possano trovare parola. In cui l’identità possa emergere, non come qualcosa di fisso, ma come un processo vivo. E, soprattutto, uno spazio in cui sentirsi legittimate a esistere, così come si è.


Anche quando il mondo intorno sembra negarlo.



Ritorno a Gaza. Scritti di donne palestinesi sul genocidio.

Abu Samra, M. (a cura di)

Edizioni Q.  (2025).


[...] Sin da quando ero bambina la Palestina si è affacciata sulla mia vita e nel mio orizzonte. Il suono di questo nome, la forma delle lettere che lo compongono nelle lingue che parlo, la costellazione di parole che brillano assieme nel mio pensiero quando lo sento pronunciare o lo dico, le storie e le memorie familiari di persone e luoghi ormai andati o ancora presenti, esistenti, resistenti, producono in me una meraviglia senza fine, sempre nuova, che esiste come una fiamma nel mio cuore. A volte la fiamma arde con furore e dolore, altre volte è una candelina nel buio dell’ingiustizia del mondo, altre ancora è un calore morbido che mi culla e mi offre ospitalità per sognare un mondo più giusto e generoso […] Per me la Palestina è un luogo di emersione di domande che interrogano il mondo e la sua configurazione presente, il suo ordine moderno coloniale, i suoi rapporti di potere. La Palestina è lo spazio in cui le mie domande sulla giustizia, la dignità, l’amore e la cura, la presenza e la relazione con tutto ciò che esiste nel mondo si articolano e si formulano continuamente. Emergono come piantine e fiori, altre sono diventate alberi con profonde radici  e rami articolati che intrecciano la Palestina con altri luoghi e storie. Altre ancora scorrono come un fiume ricco di vita, sempre vivente. La Palestina è un’eredità emotiva, morale e politica, una ferita aperta, un luogo materiale e simbolico del mio cuore prima che del mio pensiero. Non ricordo un tempo della mia vita in cui non mi abbia accompagnata e io non abbia provato a starle vicina nelle mie distanze da lei.

È questo amore per la Palestina, inesauribile e sempre emergente, ad avermi spinta costantemente, nel corso degli anni, a riflettere sulla necessità di rapportarmi con la sua terra e con il mio popolo in termini non astratti, ma radicati nella materialità del mondo, delle relazioni tra persone, luoghi, mondi culturali, e nei rapporti di potere economici, politici e sociali che definiscono le posizioni da cui ciascuno di noi agisce e parla. Il rapporto con la Palestina e il mio popolo contro l’oblio, l’annichilimento e la dispersione è una relazione pedagogica lunga una vita. Ogni volta che ho tentato di organizzare il pensiero, di scegliere la parola, di prendermi cura della “ferita incurabile”, mi sono dovuta confrontare con le egemonie che influiscono su come posso abitare la mia posizione nelle società che attraverso, e su come i discorsi dominanti narrano il mio corpo di donna palestinese-musulmana-italiana-arabo-velata. Ho dovuto, così, riflettere molto su come porto il mio corpo tra gli altri e come mi muovo nella materia del mondo, su come posso parlare, su cosa posso dire, e su quali immaginari collettivi pendono continuamente sopra di me quando apro bocca, o sono proiettati inesorabilmente sulle pratiche e sui movimenti del mio corpo. Scomoda in tutte le identificazioni chiuse, sempre sulle soglie tra mondi, spazi e parole, la mia relazione con la Palestina è stata luogo di apprendimento continuo.  Imparare a conoscere la Palestina ha voluto dire conoscere e pensare, criticamente, il mondo e me stessa. 

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