I deserti del contemporaneo
- Pedagogista Barbara
- 11 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Ci sono parole che ci raggiungono all'improvviso e continuano a lavorare dentro di noi per giorni. A me è accaduto con la parola deserto.
Ho partecipato ad un incontro con Fratello Lino Breda, monaco della comunità di Bose, sul tema “Grandezza e rischio della marginalità” presso l'Auditorium della Casa della Carità di Milano. L'incontro è parte del ciclo "Topografie della cura", promosso dal progetto di psicoanalisi nelle periferie di Jonas Milano.
Non parlava di deserto geografico, naturalmente. Ma di un deserto interiore, sociale. Quello che si incontra nelle vite delle persone e che, come pedagogista, vedo affiorare sempre più spesso nei racconti, nei silenzi, nelle fatiche quotidiane.
Viviamo in un tempo pieno di tutto: immagini, connessioni, possibilità, stimoli. Eppure, sotto questa superficie così affollata, percepisco una forma nuova di vuoto, che non riguarda soltanto ciò che manca, ma soprattutto ciò che non riesce più a nutrire. Per me si tratta di trame esistenziali che solo le relazioni possono ricomporre.

Photo credits: Gian Marco Pizzuti
Un posto nel mondo
Lo vedo negli adolescenti che incontro. Dietro l'ansia che li accompagna percepisco spesso una domanda silenziosa, quella di chi cerca il proprio posto nel mondo. Un adolescente non è un adulto, è in piena trasformazione evolutiva, ha bisogno di appartenere. Ma se manca il senso del noi alcuni di loro scelgono di chiudersi nella propria stanza, smettono lentamente di abitare la scuola, le amicizie, la vita sociale. Arrivano a farsi del male perché il dolore interiore sembra non trovare altri canali per essere raccontato.
Non credo che queste sofferenze possano essere spiegate soltanto attraverso categorie cliniche. Sarebbe troppo semplice. Mi sembra che ci parlino anche di una grande solitudine collettiva. Come se molti giovani stessero crescendo in un mondo che offre infinite possibilità di mostrarsi ma sempre meno occasioni di esserci davvero.
Mi colpisce sempre pensare a quanto la salute mentale non sia mai una questione esclusivamente individuale. Nessuno soffre da solo. Si soffre da soli quando viene meno una comunità capace di accogliere quella sofferenza. Forse è proprio qui che nasce il deserto. Quando i legami si assottigliano. Quando ciascuno è lasciato a gestire da sé il peso delle proprie fragilità. Quando chiedere aiuto diventa più difficile che tacere.
Anche certi fenomeni che osserviamo con preoccupazione, e che spesso liquidiamo con giudizi frettolosi, mi sembrano raccontare la stessa storia. Dietro la rabbia ostentata di alcuni adolescenti, dietro la ricerca esasperata di visibilità, dietro comportamenti provocatori o aggressivi, a volte intravedo il tentativo disperato di affermare la propria esistenza.
Il Viandante
Durante la riflessione mi ha colpito la figura del viandante contemporaneo. Non l'immagine romantica di chi si mette in cammino alla ricerca di una verità, ma quella più inquieta di chi procede senza mappe condivise, senza appartenenze solide, senza luoghi simbolici capaci di orientare l'esistenza. È un viandante che cammina perché non può fare altrimenti. Non perché abbia trovato una strada, ma perché l'ha perduta.
Per me, invece, camminare significa incontrare: un luogo, le persone che lo abitano e i fatti che accadono. Così si impara a scambiare il proprio racconto con gli altri, intrecciando la propria vita ai territori. Non è solo un atto fisico, per me camminare significa costruire una propria geografia interiore delle relazioni: piccoli gesti, una presenza che non fugge, una tavola condivisa, un'amicizia fedele, una parola detta al momento giusto, la delicatezza di qualcuno che si accorge di noi.
Pedagogia del quotidiano
Perché, se c'è una cosa che ho imparato osservando le vite delle persone, è che raramente sono i grandi discorsi a salvarci. Sono le esperienze del nostro quotidiano che in fila l’una all’altra raccontano una storia di appartenenza. Più spesso ci salva uno sguardo che ci riconosce. In aula ragazzi e ragazze si risvegliano quando chiedi davvero chi sono, quando interroghi le loro vulnerabilità e i loro sogni. Si lasciano condurre quando a parlare non è l’aspettativa di imparare qualcosa di nuovo, ma il linguaggio che viene scelto insieme. A volte è quello dei silenzi, dell’ascolto, del corpo, della musica. A volte è quello delle paure. Nei miei gruppi parlare di paure ci ha tolto dall’imbarazzo, ci ha fatto sentire umani. Da li è stato così bello scoprirsi, ognuno con la propria storia.
Forse i deserti del contemporaneo non si attraversano con strategie straordinarie. Forse si attraversano così. Io la chiamo identità di relazione. Mi piace perché è un concetto che tiene agganciati la persona e i territori attraversati ogni giorno.
Comunque a me il deserto è sempre piaciuto, forse non quello contemporaneo, bensì quello rarefatto che guardi nella fotografia di quel viaggio che ti ha aperto un nuovo orizzonte di senso.
