L’amicizia tra donne come atto rivoluzionario
- Pedagogista Barbara
- 6 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 17 mar
Nella vita di una donna non esiste una sola madre.
Esistono le madri biologiche, quelle che ci hanno dato la vita, e poi esistono le madri “altre”, quelle che incontriamo lungo il cammino. Donne che, in modi diversi, si prendono cura di noi, dei nostri talenti, della nostra voce.
Entrambe lasciano tracce profonde.
A volte sono molto diverse tra loro. E forse è proprio questa differenza a nutrire parti diverse di noi: bisogni che emergono nei passaggi più importanti della vita, nei momenti di trasformazione, nelle fasi in cui sentiamo che qualcosa sta cambiando.
Le madri biologiche ci radicano. Le madri spirituali, invece, spesso ci permettono di ricevere. Ci accompagnano verso altri destini, più vicini alla nostra ricerca interiore, alla nostra autenticità. Lo fanno senza rumore, con una presenza che non impone ma sostiene.
Nel pensare a questo, mi torna alla mente la figura di Francesca Gargallo, scrittrice, poeta e pensatrice femminista, che ha attraversato la vita e i territori con uno sguardo capace di tenere insieme l’“io” e il “noi”. Il suo concetto di “ioaltre” parla proprio di questo: un’identità che non è mai isolata, ma che si costruisce nelle relazioni, nei legami tra donne, nella condivisione dei percorsi.
Frasi come “La strada è di chi la cammina” e “L’amicizia tra donne è un atto rivoluzionario” non sono solo parole, sono pratiche di vita.
E dentro queste parole trovano spazio anche storie complesse, come quella di tante donne che provengono da contesti difficili, segnati da migrazioni, povertà, violenze. Donne che sono le prime, nelle loro famiglie, ad aprire nuove strade, nello studio, nella ricerca, nella creazione.
In questi percorsi, a volte accade qualcosa di doloroso: il riconoscimento non arriva da dove lo aspetteremmo.
Le nostre madri possono non comprendere fino in fondo ciò che facciamo, ciò che amiamo. Non per mancanza d’amore, ma perché appartengono a un altro mondo, a un altro sistema di valori, costruito sulla sopravvivenza più che sull’espressione. E allora impariamo a fare pace con questo.
A riconoscere ciò che comunque ci hanno trasmesso: saperi antichi, gesti, resistenze, forme di cura che non sempre hanno parole, ma che ci abitano profondamente.
E nello stesso tempo, lungo il cammino, possiamo incontrare altre donne.
Maestre. Amiche. Guide.
Donne che vedono in noi qualcosa che noi stesse fatichiamo a riconoscere. Che danno valore alla nostra voce, alla nostra creatività, al nostro lavoro — proprio in un mondo che spesso non riconosce le donne, e ancora meno le donne che creano, che pensano, che escono dai margini imposti.
Queste donne fanno qualcosa di potente. Ci nominano.
Ci riconoscono prima ancora che noi siamo pronte a farlo.
E questo può cambiare tutto.
Perché il riconoscimento, quando arriva da uno sguardo che ci vede davvero, diventa possibilità. Diventa spazio. Diventa forza.
Avere accanto donne così — che non impongono, che non plasmano a loro immagine, ma che accompagnano rispettando i nostri tempi — è una delle esperienze più trasformative che possiamo vivere.
È lì che nasce qualcosa di nuovo.
Non solo una direzione, ma una consapevolezza: che non siamo sole, che la nostra voce ha valore, che la nostra storia merita di essere raccontata.
E forse, anche questo, è un atto rivoluzionario.
