Canto di donne: la cura che passa attraverso le relazioni
- Pedagogista Barbara
- 7 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Ci sono incontri che non fanno rumore, eppure cambiano il corso delle nostre vite.
Le donne che hanno abitato — e abitano — il mio percorso di cura sono molte. Non sono necessariamente figure “eroiche”, né hanno compiuto gesti eclatanti. Sono donne delle parole, della presenza, dell’ascolto. Donne che ho incontrato in momenti diversi, spesso quando sentivo più forte l’assenza di guide nella mia famiglia biologica e spirituale.
Sono state, senza saperlo, parte della mia rinascita.
Le sorelle di penna: scrivere per ricordare, scrivere per rinascere
Il primo incontro è avvenuto alla Libera Università delle Donne, all’interno del gruppo “Ricordi”. Uno spazio settimanale di scrittura, semplice e potente allo stesso tempo. Lì ho imparato a proteggere quel tempo: un tempo per me, per dare voce alla mia storia.
Quelle donne mi hanno accolta con dolcezza. Attraverso gli stimoli della nostra conduttrice, ho iniziato a ricostruire frammenti della mia infanzia: la casa di mia nonna, custode dei ricordi più intensi, le immagini che riaffioravano con una naturalezza sorprendente.
Poi, lentamente, qualcosa si è ampliato. Nei loro racconti, intrisi di un sapore antico, rivedevo il passato di mia madre. E, incontro dopo incontro, ritrovavo in loro una cura materna che credevo perduta.
Non hanno mai cercato di sostituirla. Ma nei loro gesti piccoli, nei loro sguardi attraverso lo schermo, ho sentito ancora la dolcezza di quella presenza.
Negli ultimi mesi, insieme a loro, ho attraversato il lutto. Ho scelto di parlare di morte — non per appesantire, ma per condividere. Quando si perde qualcuno a causa di una malattia, spesso non c’è il tempo per prepararsi davvero. Io non sono riuscita a parlare di morte con mia madre. Ho tenuto accesa la speranza fino all’ultimo.
E così, oggi, scrivo.
Scrivo per dire quello che allora non sono riuscita a dire. Scrivo per rimettere insieme i pezzi. Scrivo perché ricordare, per me, è un atto di cura.
La memoria funziona così: più la attraversi, più si illumina. I dettagli emergono come fari nella notte. Non so mai davvero cosa arriverà sulla pagina. I ricordi affiorano come correnti profonde, trovano spazio tra frasi imperfette, e piano piano costruiscono un senso.
In quel gruppo sono la più giovane. E questa cosa mi fa sorridere. Mi godo la lentezza delle loro parole, i loro tempi, i loro mondi. Mi portano nelle loro soffitte, nei collegi di un tempo, nei quartieri della loro infanzia.
Ascoltarle è come leggere una pagina di Annie Ernaux: autobiografia, memoria, vita che si racconta senza filtri.
Giulia, Annamaria, Lucia, Pinuccia… i loro nomi ormai abitano il mio quaderno.
A loro va il mio primo grazie.
RiseUp: la vulnerabilità come spazio politico
Poi sono arrivate altre donne.
Le ho incontrate in un gruppo femminista informale che frequento da qualche anno. Le nostre serate iniziano quasi sempre allo stesso modo: vino, abbracci, un’atmosfera che scioglie le difese.
Una delle poche regole è condividere la responsabilità degli incontri. E quella sera toccava a me.
Con un’emozione difficile da nascondere, ho guidato un esercizio di immaginazione: occhi chiusi, un viaggio interiore per incontrare le figure femminili della propria vita.
È successo qualcosa di potente.
In quello spazio sospeso tra sogno e memoria, tutte hanno sentito il bisogno di scendere più in profondità. Le storie si sono fatte intime, vive, a tratti commoventi. Molte hanno incontrato madri, nonne, versioni di sé.
Ho avuto la sensazione di sfiorare appena la superficie.
Le relazioni tra donne sono questo: un affaccio continuo sulla vita — passata, presente, futura.
Il gruppo si chiama RiseUp, e dentro la vulnerabilità delle nostre storie c’è spazio per tutto: lacrime, risate, leggerezza. A volte sembriamo adolescenti che si confidano davanti allo specchio, altre volte donne profondamente consapevoli.
In ogni caso, siamo vive. E insieme.

Tra generazioni: costruire nuovi immaginari
Il mio canto di donne continua anche a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne. Da due anni frequento la scuola di politica: uno spazio militante, dove si costruiscono strumenti per riconoscere e contrastare le discriminazioni e le violenze di genere. È un luogo di formazione, ma anche di incontro.
Ci sono le femministe della seconda ondata, le nuove generazioni, e poi ci siamo noi: quelle che stanno nel mezzo, a fare da ponte tra il prima e il dopo.
Dopo giornate intense di formazione, ci ritroviamo la sera a raccontarci a L'Una e l'Altra Bistrot. E ogni volta resto sorpresa dalla ricchezza delle biografie che emergono: attiviste, sognatrici, sciamane, vedove, lesbiche, disilluse.
Siamo tante.
Siamo tutte portatrici di una storia.
E, forse, è proprio questo il punto: la cura passa anche da qui. Dal riconoscersi, dal raccontarsi, dal tenersi — a volte con forza, a volte appena con uno sfioro — lungo il cammino.
La cura è relazione
Se dovessi dare un nome a tutto questo, lo chiamerei così: un canto.
Un canto fatto di voci diverse, di tempi differenti, di esperienze che si intrecciano.
Un canto che non guarisce tutto, ma accompagna.
E, a volte, questo è già abbastanza.
